Far ripartire l'Italia, senza credito bancario, è una missione impossibile

Viene prima l’espansione del credito o la ripresa dell’economia? La soluzione della versione aggiornata dell’uovo di Colombo cambia a seconda dell’interlocutore cui rivolgi il quesito. Tutti però concordano sul fatto che la ripresa economica in Italia non è a portata di mano: ieri l’Istat, comunicando i dati di dicembre sull’industria del nostro paese, ha osservato che nella media del 2012 il fatturato del settore secondario ha registrato un calo del 4,3 per cento rispetto al 2011, mentre gli ordinativi sono diminuiti del 9,8 per cento. Il Centro studi di Confindustria, che fino a ieri riteneva che il pil nel 2013 sarebbe sceso dell’1,1 per cento, ha fatto sapere che le stime saranno da rivedere all’ingiù.
21 FEB 13
Ultimo aggiornamento: 15:16 | 20 AGO 20
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Viene prima l’espansione del credito o la ripresa dell’economia? La soluzione della versione aggiornata dell’uovo di Colombo cambia a seconda dell’interlocutore cui rivolgi il quesito. Tutti però concordano sul fatto che la ripresa economica in Italia non è a portata di mano: ieri l’Istat, comunicando i dati di dicembre sull’industria del nostro paese, ha osservato che nella media del 2012 il fatturato del settore secondario ha registrato un calo del 4,3 per cento rispetto al 2011, mentre gli ordinativi sono diminuiti del 9,8 per cento. Il Centro studi di Confindustria, che fino a ieri riteneva che il pil nel 2013 sarebbe sceso dell’1,1 per cento, ha fatto sapere che le stime saranno da rivedere all’ingiù. A questo punto le attese riforme strutturali c’entrano fino a un certo punto: anche il Fondo monetario internazionale, nelle sue ultime ricerche, ha dettagliato con numeri e statistiche il fatto che le riforme in Italia avranno un impatto positivo, ma solo nel medio-lungo periodo. Così, mentre l’unica certezza a livello europeo sembra essere l’inseguimento del pareggio di bilancio – ieri Parlamento europeo e governi hanno raggiunto un accordo sul “Two pack”, le nuove regole che rafforzano il coordinamento delle politiche di bilancio – l’attenzione torna alta anche sul fronte del credito a imprese e famiglie. Con una continuata “strozzatura” dei prestiti, non si rischia un avvitamento ulteriore della ripresa? L’Abi, l’associazione delle banche italiane, non sembra ritenere plausibile questo ragionamento. Nel suo “Monthly outlook” di febbraio si descrive effettivamente un calo ulteriore, a gennaio, dei prestiti bancari a famiglie e imprese: ora sono a quota 1.467 miliardi di euro – il 3,3 per cento in meno rispetto a dicembre –, mentre a gennaio dello scorso anno erano pari a 1.516 miliardi. Tuttavia “la dinamica dei finanziamenti è stata influenzata dalla forte contrazione degli investimenti”.
Insomma, il problema è nella “domanda” di prestiti e non nell’offerta. Di diverso avviso Confindustria, il cui Centro studi ieri ha sostenuto tra l’altro che le condizioni per il credito “sono divenute ancora più strette”. Perfino l’Istat, nel suo primo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi presentato ieri, scrive che “le condizioni per il credito sono divenute ancora più strette, per i timori delle banche riguardo alla solvibilità della clientela, timori che tendono ad autoavverarsi proprio per la riduzione della liquidità”.
Anche fuori dai confini italiani ci s’interroga: “L’Europa può recuperare in mancanza di credito?”, è il titolo di una delle ultime ricerche del Bruegel Institute, think tank brussellese di cui Mario Monti è presidente onorario (dopo esserne stato lungamente presidente). Nel paper, l’economista Zsolt Darvas riconosce che non mancano gli esempi storici di paesi tornati a crescere pur in assenza di finanziamenti dalle banche. Subito dopo, però, precisa che difficilmente questo schema si può adattare agli stati dell’Eurozona. Innanzitutto perché “nell’Europa continentale prendere a prestito dalle banche è la fonte principale di indebitamento per le società non finanziarie, e a questo proposito poco è cambiato nell’ultimo decennio”. Dai dati di Capital Economics emerge per esempio che negli Stati Uniti le banche sono all’origine di meno del 20 per cento del totale del finanziamento “esterno” ai privati, invece nell’Eurozona la percentuale supera il 60 per cento. Come dire che le emissioni di obbligazioni e azioni, oppure l’apporto di venture capital, sono merce rara su questa sponda dell’Atlantico, perciò è difficile fare a meno dei soliti istituti bancari. Per Bruegel, inoltre, la seconda ragione che rende quasi impossibile una “creditless recovery” risiede nell’architettura stessa della moneta unica. Senza un deprezzamento del tasso di cambio, impossibile da perseguire autonomamente da parte di singoli paesi dell’euro, le imprese che esportano fanno a meno di un’arma che potrebbe renderle più competitive sui mercati esteri e far loro aggirare la carenza di credito. A questo punto, con la cancelliera tedesca Angela Merkel che ancora ieri ha ribadito che “il tasso di cambio dell’euro compreso tra 1,30 e 1,40 dollari appartiene alla normalità” (ieri era a 1,33), molte delle speranze degli analisti si concentrano sul presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.
“A differenza di quanto avvenuto in Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo – dice al Foglio Ben May, analista per l’Europa di Capital Economics – il costo unitario del lavoro italiano ha continuato a salire durante la crisi anche a causa della scarsa produttività. Non c’è dubbio che le riforme avviate da Monti possano aiutare, ma molte di quelle decisioni vanno approfondite e soprattutto implementate dal prossimo esecutivo”. Perciò ora la società di consulenza londinese sta studiando nuove possibilità di interventi straordinari della Bce, tra cui – oltre al taglio del costo del denaro – un ulteriore allentamento dei criteri sui collaterali utilizzabili nelle operazioni di finanziamento delle banche, oppure ulteriori dosi di liquidità condizionate all’impegno di erogare prestiti alle imprese (sul modello della Bank of England). E si riparte dunque dal credito.